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Piccola presentazione del mio blog.

Giuro che sarà una breve descrizione, per le chiacchiere abbiamo sempre tempo.

Sono Annalisa, ho 22 anni e sono una fuori sede. Dalla provincia di Monza mi sono trasferita a Bologna perché mi sono iscritta al Dams, indirizzo musica e arte. Come già si può intuire, mi piace la musica, prediligo il rock, il rock e il cantautorato ma mi piace scoprire ed ascoltare qualsiasi genere. Amo andare ai concerti e non mi tiro mai indietro nel caso dovessi andarci da sola! Adoro anche visitare musei, scoprire città e perlustrare negozi di dischi e librerie indipendenti.

Ho aperto questo blog per commentare, dal mio punto di vista (del tutto discutibile), le nuove uscite musicali, letterarie e artistiche e condividere il mio pensiero anche su opere già uscite.

Sono disponibile al confronto ed ai consigli, quindi vi invito gentilmente a seguirmi sui social per leggere tutti i miei pensieri!

Instagram: @annapisapasini

Twitter: @annapisapasini

Tu sei pazzo, mica Van Gogh!

Amsterdam è famosa per tre motivi: i coffeshop, i quartieri a luci rosse e Van Gogh, con il museo a lui dedicato. Si può benissimo dire che non sempre i turisti vogliono visitare tutti e tre i luoghi di interesse. Tipo Caparezza, che nel 2013 ha deciso di fare un tour nei musei per essere ispirato a scrivere nuove canzoni. A lui dei coffeshop e dei quartieri a luci rosse non gliene fregava proprio niente, lui era particolarmente interessato al Van Gogh Museum. Qui l’artista pugliese ha potuto vedere dal vivo il dipinto “Natura Morta con Bibbia“, il dipinto che Van Gogh ha dipinto nel 1885 ed è tuttora esposto nel museo locale.

Informazione di servizio: ogni canzone di Museica, sesto album di Caparezza, è stato ispirato da un’opera d’arte. Mica Van Gogh è stata ispirata proprio dal dipinto dell’artista olandese.

Nonostante sia la terza canzone presente nell’album, Mica Van Gogh è stata la prima canzone ad essere partorita da Michele Salvemini. Ha voluto creare un lungo paragone tra il pittore di fine Ottocento ed un ragazzo moderno. Van Gogh era considerato pazzo, forse perché chi lo giudicava non ha avuto l’occasione di conoscere un attuale ventenne qualunque.

Caparezza, in questo brano, ha voluto paragonare il pittore con un giovane della stessa età degli anni 2010. Ecco i paragoni:

Prima di dare del pazzo a Van Gogh sappi che lui è terrazzotu ground floor
Prima di dire che era fuori di sennofammi un disegno con fogli di carta e crayon
Uno che alla tua età libri di Emile Zola, Shakespeare nelle corde, Dickens nelle cordeTu leggi manuali di dvd recorder
Lui, trecento lettere, letteratura fineTu, centosessanta caratteri, due faccine, fine
Lui London, Paris, AnversTu megastore, iper, multiplex
Lui distante ma sa tutto del fratello TheoTu convivi ma non sai nulla del fratello tuo
Lui a piedi per i campi, lo stimolaTu rinchiuso con i crampi sul tapis roulant
A sedici anni girò tra collezioni d’arteTu a sedici anni Yu-gi-oh collezioni carte
A vent’anni nel salon del LouvreE tu nell’autosalon del suv, rimani in mutande
Lui olio su tela e creò dipintiTu olio su muscoli e gare di body building
Lui paesane, modelle, prostituteTu passi le notti nel letto con il computer
Lui ha talento lo saiTu è un po’ che non l’hai
Lui scommette su di sèTu poker online
Lui esaltato per aver incontrato GauguinTu esaltato per aver pippato cocain
Lui assenzio e poesiaTu senza poesia
Lui ha fedeTu ti senti il messia
Van Gogh, una lama e si taglia l’orecchioIo ti sento parlare e sto per fare lo stesso
Ok, Van Gogh mangiava tubi di colore ed altre cose assurdeProbabilmente meno tossiche del tuo cheeseburger
Allucinazioni che alterano la vistaTu ti fai di funghi ad Amsterdam ma ciò non fa di te un artista
Lui con i girasoliTu in fissa con i cellulari
Girare con te è un po’ come quando si gira soli

Possiamo dire che è un discorso ragionevole? Molte persone, e spesso anche giovani, criticano il lavoro altrui senza mettersi in gioco, stando seduti sul loro divano. Non è così, se si pensa di saper fare qualcosa in modo migliore rispetto ad altri lo si deve dimostrare.

Sig. Dapatas e Acrobati di Daniele Silvestri compiono gli anni.

26 febbraio 1999, Daniele Silvestri pubblica il suo album “Sig. Dapatas”. Sono i giorni del quarantanovesimo Festival di Sanremo e il cantante romano è uno dei concorrenti della kermesse canora con la canzone “Aria“. Un brano particolare, dal testo insolito per le tematiche principali del festival. Ma, d’altronde, stiamo parlando di Daniele Silvestri, non ha mai portato un brano semplice al festival. non sarebbe da lui.

Ha scelto un brano in cui ha raccontato la vita di un ergastolano all’Asinara, l’isola sarda che per tanto tempo è stata un carcere (e chiuso l’anno prima, nel 1998). Silvestri canta che l’unico modo per uscire di galera sia farlo all’interno di una bara. Il cantante è riuscito a trovare un ottimo mix tra parole e musica, tanto da riuscire a trasmettere all’ascoltatore quella sensazione angosciosa di claustrofobia che vive un carcerato all’interno della cella. Il carcere e lo stato angosciante di chi vive in uno spazio limitante sono due temi ripresi anche nell’ultima sua partecipazione a Sanremo, lo scorso anno, con la canzone Argentovivo.

Sempre il 26 febbraio, ma di 17 anni dopo, Daniele Silvestri pubblica Acrobati. 18 brani che vedono la collaborazione di tanti colleghi, come Caparezza, Diodato, Dellera e Diego Mancino.

Il primo singolo di quest’album è stato “Quali alibi“, canzone prettamente politica, come solo Silvestri sa scrivere. Il singolo successivo è stato “Acrobati“, canzone che dà anche il titolo all’album. Collegandosi al video, il cantante ha spiegato che “quegli acrobati, quei funamboli siamo tutti noi, costretti ogni giorno a continui equilibrismi, indotti come siamo a vivere una vita fatta solo di presente, di oggi, senza nulla che ci consenta di guardare in avanti”. Silvestri, con questa canzone, sta spiegando che siamo tutti un po’ incerti sul nostro futuro, noi siamo gli acrobati che camminano su un filo, che rappresenta ciò che stiamo vivendo e ciò che vivremo nel tempo a seguire, e non abbiamo certezze e sicurezze.

Una delle mie canzoni preferite è sicuramente La Guerra del Sale, il featuring con Caparezza. Forse perché sono una grande fan di entrambi, forse perché mi piace il loro modo di scrivere, forse perché la base è stata fatta anche da Roy Paci e Mauro Ottolino… ma secondo me questo pezzo è un gran bel pezzo. Testo ironico, pungente, poetico, con riferimenti politici… insomma, dal primo momento ho capoto che questa sarebbe entrata subito nella mia top 10 di canzoni preferite.

#ildiscodiSamuel, Il Codice della bellezza compie tre anni

Era il 2017, i Subsonica arrivavano da un periodo di pausa dal gruppo, periodo in cui si sono dedicati a progetti solisti. Tra i vari lavori, abbiamo potuto vedere Samuel a Sanremo, con la canzone “Vedrai” (canzone proveniente dall’album “Il codice della bellezza”).

L’album comprende 12 canzoni, molto pop, le cui canzoni sono scritte quasi interamente da lui. Un’album molto importante per il cantantino, ci ha dedicato anima e corpo.

Sono stati tanti gli amici e colleghi che hanno collaborato a questo album, troviamo infatti collaborazioni con Christian Rigano, Riccardo Onori, Michele Canova Iorfida, Jovanotti e Saturnino.

Il primo singolo estratto da quest’album è stato La risposta, resa disponibile dalle piattaforme e dalle radio a partire dal 9 settembre 2016. Dopo un periodo di suspence, #ildiscodisamuel ha incominciato a prendere forma con questo brano. Si avevano pochi indizi, lui dava informazioni vaghe, però ci aveva caricato di aspettative. Un brano elettropop, un po’ diversivo dal solito. I fan erano divisi sul giudizio di questo lavoro, forse perché abituati a vedere il gruppo unito che fa un altro tipo di canzoni.

Tre mesi dopo, Samuel ha lanciato sul mercato anche Rabbia, il suo secondo singolo solista. Non so se abbia avuto più successo questa versione o la parodia fatta da CarlettoFX, devo ancora decidere. Abbiamo, però, un video molto carino diretto da Cosimo Alemà. Vediamo il cantantino girare per Venezia su un barchino con una ragazza. Facile da intuire è l’argomento principale della canzone: dopo la domanda iniziale “Cosa c’è che non va?” e l’allontanamento della ragazza, il testo della canzone si incentra principalmente su un litigio amoroso.

Poi arriviamo al momento Sanremo: nel 2017 Samuel è uno dei concorrenti del festival. L’ultima volta che aveva partecipato alla kermesse canora era il 2000, insieme al gruppo. Ha partecipato con Vedrai, una canzone basata sulla condivisione di coppia, sul fatto che non bisogna avere paura di parlare, di condividere momenti bui nella coppia, che – nonostante tutto – si possono superare periodi difficili uscendone indenni, più forti di prima. Una bella dichiarazione d’amore, una motivazione a continuare, a risolvere piccole problematiche, a non impaurirsi davanti a piccole litigate.

Il 5 maggio 2017 ha incominciato a girare in radio La statua della mia libertà. Un brano apparentemente allegro, ritmato, che fa venir voglia di ballare, ma con un significato molto preciso: l’immigrazione. Chi non ha più nulla da perdere molla tutto e cerca di ricostruirsi una nuova vita da un’altra parte del mondo, mentre chi è al potere vuole solo alimentare odio, sentendosi importante se qualcuno gli dà ragione.

L’ultimo singolo estratto è La Luna Piena, pubblicato l’8 settembre 2017, dopo un anno dalla pubblicazione de “La risposta”. Come se volesse chiudere un cerchio di questo suo lavoro solista. La canzone è anche stata inserita nella colonna sonora del film “Indizi di felicità” di Walter Veltroni.

40 anni per Tiziano Ferro, tra cui 19 nella mia playlist personale

Era il 2010, luglio 2010.
Io ascoltavo già qualche canzone di Tiziano Ferro, ma non ero una fan molto accanita. Sapevo solo i singoli più famosi.


Lo ascoltavo perché con quelle canzoni rappresentava quella parte di me che non riuscivo ad esternare.
Ero ancora piccola, avevo tredici anni, però avevo tanta voglia di vivere, di scoprire, di imparare.
Avevo trovato nella musica un modo di comunicare non indifferente: non riuscendo io a spiegare ciò che provavo, entravo in gioco con i testi delle canzoni.
La mia cameretta era piena di frasi di canzoni di Tiziano Ferro, le classiche parole giuste al momento giusto.


Ma ritorniamo a luglio del 2010. Parto con la scuola per la vacanza estiva, al lago di Braies. Una sera una ragazza mi fa ascoltare una canzone che non avevo mai sentito prima.


Gli angeli arrivano se tu li preghi e quando arrivano ti guardano, ti sorridono e se ne vanno per lasciarti il ricordo di un sogno lungo una notte, ma che vale una vita“.
Ricordo di essere scoppiata a piangere come mai prima d’allora.
Quando tornai a casa, con le mie mance, incominciai a comprarmi i primi quattro album da lui pubblicati e mi feci una promessa: sarei dovuta andare ad almeno un suo concerto, sentivo il bisogno di vederlo dal vivo.


Nell’ottobre 2010 pubblica anche il suo primo libro: “trent’anni ed una chiacchierata con papà”, libro in cui ha trascritto tutti i suoi diari dalla fine degli anni Novanta fino a poco prima della pubblicazione.
Ha raccontato tutti i suoi momenti più belli, più brutti, quelli più significativi. Quei momenti che l’han portato ad essere un trentenne consapevole di ciò che è e che non deve più nascondersi dalla vergogna, perché non c’è niente di male nell’essere omosessuale.
È proprio il padre ad essere il primo con cui Tiziano si confronta, con cui ne parla; è proprio il papà – il signor Sergio – ad incoraggiarlo, a dirgli delle belle parole, a rassicurarlo e a dirgli quanto lui sia orgoglioso di avere un figlio come lui.


Intanto la notizia fa il giro dell’Italia e non vengono a mancare le offese. Non vengono a mancare i primi meme in cui si diceva che a Tiziano Ferro piacevano le zucchine e non le patate. Che simpatici umoristi gli ignoranti del web.
Non sono mancate neanche le frecciatine da parte dei miei coetanei, perché – a quanto pare – ascoltare un cantante omosessuale era peccato. E per non parlare di quegli adulti che pensavano che il libro fosse una genialata di marketing e che la sua omosessualità fosse finta. Che simpatica umorista la popolazione italiana.


Io sempre della stessa idea: nella mia vita avevo (e avrò sempre) bisogno di una persona che scriva e racconti me stessa come solo Tiziano Ferro sa fare. Ha scritto una canzone per ogni mio stato d’animo, per ogni mio momento particolare di vita, mi ha fatto da colonna sonora in casi particolari, mi ha svoltato giornate particolarmente difficili.


Ricordo ancora il mio primo concerto di Tiziano Ferro, il giorno dopo il mio quindicesimo compleanno. La vicina di una mia compagna di classe non poteva più andarci, così mi ha venduto i biglietti. Ci siamo andati io e mio fratello, era il 4 maggio 2012, al forum di Assago. Era il mio primo concerto, ed era anche la prima volta che vedevo il mio cantante preferito dal vivo. Mi sono ripresa dopo una settimana, credevo fosse un sogno.


Ricordo poi tre anni dopo, a 18 anni, quando ho allestito la coreografia a San Siro per il suo primo tour negli stadi. Una coreografia grande tutto l’anello rosso. “Grazie Tiziano”. Mi ricordo anche quando, durante il concerto, abbiamo alzato tutti i nostri fogliettini per fare la coreografia. Ricordo anche, il giorno dopo, le ore sotto il sole per accaparrarmi la prima fila nel parterre. Ho ancora in mente quando Tiziano ha ringraziato commosso per tutto ciò che avevamo fatto la sera prima.


E poi ricordo anche l’estate del 2017, l’anno della mia maturità. In estate c’è stato il suo tour negli stadi e io mi sono presentata lo stesso, nonostante dovessi studiare, nonostante avessi tolto da dieci giorni la fasciatura alla gamba che avevo tenuto per tre settimane.
Ricordo ancora il mio primo pranzo quando mi sono trasferita lontano da casa. Avevo vent’anni e un po’ d’agitazione in corpo. Dopo essermi preparata la pasta con il sugo al radicchio, ho acceso la TV su radio Italia e c’era il video de “il conforto”. Mi sono sentita a casa, mi sono sentita protetta.


Grazie ad un cantante – che non sa neanche che io esista – ho capito cosa significhi amare, mettersi in disparte per far brillare meglio chi ci sta attorno, ho capito che nella vita si può essere delle belle persone e che la felicità arriva sempre, anche quando non la si aspetta più perché si pensa non arrivi mai.


Grazie ad un cantante ho capito il valore delle persone, che siamo tutti diversi ma alla fine abbiamo tutti molte cose in comune, punti di interesse, hobby o quant’altro.
Ho capito che siamo fatti per stare in compagnia, per amare gli altri, per fare del bene, ma ho capito soprattutto che non bisogna mai lasciarsi andare, è importante prendersi cura di se stessi, della propria persona e della propria mente. È riuscito a fare capire ad una persona testa dura come me che posso farmi delle domande, posso mettermi in discussione, posso avere risposte a domande che non mi ero neanche mai posta.

Il 20 marzo si sta avvicinando e Ghemon torna “In un certo qual modo”

Che sia uno dei cantautori più bravi del nuovo millennio già lo avevamo capito, ma quando esce una sua canzone ci stupiamo sempre di più.

A mezzanotte il nuovo singolo di Ghemon è approdato online, alla portata di tutti, e ancora una volta mi chiedo qual è il suo segreto per saper scrivere così bene. La mia è tutta invidia, della grande sana invidia.

Il cantante avellinese ha trovato un metodo infallibilmente giusto di scrivere canzoni, infatti non ne sta sbagliando una da tempi lontanissimi. In un certo qual modo ne è la dimostrazione: canzone d’amore ma con un testo non per niente scontato con sonorità allegre, gentili e motivanti.

Ho grande fiuto d’intuito però lascio tutto a metà

Ho l’entusiasmo facile ma poi non ho pazienza

Tu parli sempre chiaro ed è una dote di un altro pianeta

Io sono così puro che quasi faccio tenerezza, sai

Il coraggio non mi manca le sere che torno a casa con la faccia stanca

So che trovi una parola buona per me (una parola buona per me)

Facciamo un passo alla volta

Ci adattiamo adesso che la coperta è corta

E domani poi vedremo com’è

Domani scopriremo com’è

Il saper riconoscere le doti della persona che ci sta accanto è già un bel complimento e segno di rispetto, significa avere capito fini in fondo la persona che amiamo e sapere che possiamo contare su di lei e sulle sue ottime qualità.

Tenendo conto anche del singolo già pubblicato, Questioni di principio, sento che l’album in uscita il 20 marzo sarà davvero un ottimo lavoro, non vedo l’ora di sentirlo tutto.

L’Happiness Begins tour sbarca a Milano. I Jonas Brothers sono finalmente tornati in tour!

Essere stata una preadolescente primi anni 10 del 2000 significa aver vissuto gli anni d’oro di Disney Channel e con anni d’oro intendo la messa in onda di Zac e Cody al Grand Hotel, High School Musical, Hannah Montana e Camp Rock. Sì, non mi sto vergognando a dire che so tutte le puntate e tutti i film a memoria. Ma proprio tutto, anche i titoli di coda. E così, con gli anni, mi sono portata dietro tutti i bei ricordi di quando cantavo le canzoni in un finto inglese improvvisato, roba da far star male tutti i miei insegnanti di inglese.

La cosa bella è che sembra che qualcuno ascolti sempre i miei pensieri, perché lo scorso giugno è stato annunciato il concerto dei Jonas Brothers a Milano ed io, da brava sottona dei Jonas, ho preso subito il biglietto del concerto. 14 febbraio 2020, Assago Forum. Quando avevo il biglietto in mano non ci credevo, avrei visto i Jonas! Ero emozionata come quando a 11 anni guardavo le puntate della loro serie tv! Praticamente ero una bimba felice con il doppio degli anni.

E così, dopo mesi d’attesa, ieri è arrivato il fatidico 14 febbraio 2020, il forum di Assago. Prendo la macchina e si va. Mi sembrava il giorno di Natale, mai stata più felice di così. Alle 20 ero dentro al palazzetto in attesa dell’inizio, non mi teneva più nessuno. Sembrava davvero di essere tornata indietro di più di 10 anni, era tutto quanto fantastico!

E poi ecco l’inizio del concerto: mega led dietro al palco che trasmettono delle immagini, in cui i tre Jonas si confrontano con la loro versione bambina, mentre loro scendono dall’alto su una piattaforma. Dopo attimi di confusione, ho realmente realizzato di essere davanti a Kevin Jonas, sono però riuscita a non farmi notare, nonostante i miei occhiali a forma di cuore che si illuminavano ad intermittenza. Fortunatamente, in alcuni casi, gli artisti vedono poco niente nel pubblico.

Dopo le prime canzoni, i tre fratelli hanno fatto tutta la passerella che dal palco principale li ha portati ad un palco nettamente più piccolo a fine parterre per fare brani più intimi e sentiti. Tutto così stranamente reale. Ero proprio una dodicenne che si faceva i trip mentali, che meraviglia.

Poco meno di due ore di concerto in cui il gruppo ha ripercorso tutto il proprio percorso artistico, dalle canzoni che li hanno consacrati durante il periodo Disney fino ai loro ultimi successi, anche i loro progetti solisti.

Il pubblico era pieno di coetanee che hanno aspettato questo concerto da tanto tempo, dal lontano 2007, da quando i Jonas Brothers avevano fatto il loro ultimo concerto in Italia.

Kunta Kinte, la leggenda dello schiavo portato in America

Siamo nel 1750 e ci troviamo in Gambia, Africa. È appena nato il primo figlio (ne avranno poi altri tre) del guerriero Omoro e della moglie Binta. Il ragazzo crescerà con un’educazione severa e una forte formazione.

Kunta Kinte ha ormai 17 anni quando viene aggredito e imprigionato dagli schiavisti bianchi. E pensare che lui era andato nel bosco solo per procurarsi della legna che gli sarebbe servita per crearsi un tamburo. Cominciano così le prime sofferenze di Kunta: l’allontanamento dalla famiglia, la cattura, la lontananza dalla sua terra d’origine, un futuro incerto non si sa dove. In più deve anche essere marchiato a fuoco.

Si ritrova così chiuso su una nave insieme ad altri 139 passeggeri – che sarebbero diventati schiavi come lui -, tutti diretti a Maryland, in America, dove viene comprato da un grande coltivatore che gli cambierà il nome in Toby. Quindi Kunta si ritrova in una realtà completamente diversa dalla sua, deve fare lavori forzati sottopagato e qualcuno ha anche deciso che non si deve più chiamare con il suo nome di battesimo. Forse non era questo che aveva previsto per il suo futuro. Ed è proprio da questo momento che Kunta incomincia a pensare alla sua libertà, che purtroppo gli rimarrà sempre negata. Così racconta Alex Haley, lo scrittore che ha raccontato la storia di Kunta Kinte nel suo libro Radici.

Ecco da chi prende spunto Daniele Silvestri per il suo brano Kunta Kinte, appunto. Si deduce sia tutta una leggenda quella di Kunta, perché non ci sono documenti scritti con le sue tracce, ma l’autore del romanzo ha voluto raccontare una storia, un racconto in cui si narra di un malessere, in cui i forti vogliono prevalere sui più deboli. Perché i forti lo sanno chi si può difendere e chi no, e ne approfittano amaramente. Kunta ne è un esempio, una bella persona cresciuta con dei valori importanti costretta a lasciare la sua terra per mettersi a completa disposizione di qualcun altro che lo ha addirittura comprato. Adesso, fortunatamente, è stata abolita la schiavitù, quindi possiamo solo immaginarci quanto sia brutto il mercato degli schiavi.

Nel video del cantante romano possiamo vedere Silvestri alla guida di un tir. Dopo essersi liberati dalle catene, numerosi giovani entrano nel rimorchio del tir e cominciano a ballare, come se fossero in galera. Ad un certo punto, però, c’è un posto di blocco organizzato dall’esercito. È li che aspetta proprio il tir guidato da Silvestri. Ormai non c’è scampo, deve fermarsi. E invece no, colpo di scena, poco prima del posto di blocco il tir prende il volo. È un messaggio di speranza di vivere una vita migliore, un messaggio pieno di sogni di chi vuol rischiare di migliorare la propria vita andando a cercare fortuna da qualche altra parte.